E' stato un trionfo!
Scrivo un appunto:
ENORME SUCCESSO!
E' difficile esprimere
la mia soddisfazione.
Aperture Science*:
Facciamo ciò che dobbiamo
perchè possiamo.
Per il bene di tutti noi.
Tranne di quelli che sono morti.
Ma non ha senso piangere
per ogni errore.
Hai continuato a tentare
finchè non hai finito la torta.
E la scienza si compie.
E hai scoperto un'arma pulita
per la gente che è
ancora viva.
Non sono nemmeno arrabbiata...
Adesso sono così sincera...
Anche se mi hai spezzato il cuore
e m'hai uccisa.
E m'hai ridotta in pezzi.
E hai gettato ogni pezzo nel fuoco.
Mentre bruciavano faceva male perchè
ero così felice per te!
Adesso, questi punti di dati
tracciano una splendida linea.
E non ci saranno più versioni beta.
Rilasciamo in tempo.
Quindi sono felice** di essere stata bruciata:
penso a tutto ciò che abbiamo imparato
per la gente che è
ancora viva.
Continua per la tua strada e lasciami...
Preferirei rimanere dentro...
Forse troverai qualcun altro
che ti aiuterà?
Forse Black Mesa***?
Scherzavo! Ahah! Non hai altra scelta.
Comunque, questa torta è fantastica!
E' così deliziosa e fragrante!
Guardami: continuo a parlare
quando c'è ancora scienza da fare!
Quando ti guardo là fuori,
sono felice** di non essere te.
Ho esperimenti da condurre.
Ci sono ricerche da fare.
Sulla gente che è
ancora viva.
E penso di essere
ancora viva.
Faccio scienza e sono
ancora viva.
Mi sento meravigliosamente e sono
ancora viva.
Quando starai per morire io sarò
ancora viva.
E quando sarai morta io sarò
ancora viva.
Ancora viva.
Ancora viva.
Ellen McLain - Portal - Still Alive
*Aperture Science è una società esistente nell'universo di Half Life, che si occupa di ricerche tecnologicamente avanzate.
**Nel testo originale, il termine GLaD gioca sull'ambiguità tra GLaDOS (Genetic Lifeform and Disk Operating System), l'antagonista in Portal, e "glad", ossia felice.
***Black Mesa Research Facility è un centro di ricerca concorrente dell'Aperture Science Enrichment Center in cui si svolge il primo capitolo di Half Life.
martedì 28 settembre 2010
giovedì 2 settembre 2010
Balocco Radioattivo
Percorri le foreste in un assolato dì di maggio
e prova ad abbattere i muri del dolore che ti frastorna.
Datemi libertà di distruzione,
datemi un balocco radioattivo.
Assapora l'acqua di fiumi carichi di morte,
addenta la mela e tossisci nell'ultimo atto.
Datemi libertà di distruzione,
datemi un balocco radioattivo.
Che il sole bruci la tua pelle annerita,
versami in un buco, ma dillo ai miei consanguinei.
Datemi libertà di distruzione,
datemi un balocco radioattivo.
Percorri i cimiteri in un polveroso dì d'inverno,
sputa la polvere che hai in bocca e prova a dire...
Datemi libertà di distruzione,
datemi un balocco radioattivo.
Porcupine Tree - On the Sunday of Life (1991) - Radioactive Toy
e prova ad abbattere i muri del dolore che ti frastorna.
Datemi libertà di distruzione,
datemi un balocco radioattivo.
Assapora l'acqua di fiumi carichi di morte,
addenta la mela e tossisci nell'ultimo atto.
Datemi libertà di distruzione,
datemi un balocco radioattivo.
Che il sole bruci la tua pelle annerita,
versami in un buco, ma dillo ai miei consanguinei.
Datemi libertà di distruzione,
datemi un balocco radioattivo.
Percorri i cimiteri in un polveroso dì d'inverno,
sputa la polvere che hai in bocca e prova a dire...
Datemi libertà di distruzione,
datemi un balocco radioattivo.
Porcupine Tree - On the Sunday of Life (1991) - Radioactive Toy
mercoledì 1 settembre 2010
Ricordi in una Fredda Serata
La sera era arrivata, come sempre, rubando gli ultimi rossori dell'orizzonte, facendo sprofondare le ultime isole formate dalle nuvole in chissà quale abisso.
Eppure quella sera era diversa.
Era giunta prima, preannunciata da alcune folate del vento d'autunno che faceva piombare la natura nella solita catatonia di stagione.
La città era dipinta di bianco, o per lo meno così intuivo, mentre guardavo dalla finestra il buio lasciato dai lampioni pigri ad accendersi.
Uscii sul balcone, come di consueto, per cercare risposte nel cielo.
Prima di levare lo sguardo accesi una sigaretta e tirai due boccate di fumo denso e grigio.
«Dovrei smettere», pensai mentre ero ancora avviluppato nelle spire del fumo, sapendo bene che non l'avrei mai fatto.
La vista del cielo mi disgustò: neanche una stella.
Della luna solo una traccia, un bagliore adamantino che filtrava dalla coltre delle nubi.
Gettai la sigaretta appena iniziata, in preda allo sconforto: non era proprio giornata.
Nemmeno la vista del cielo mi era concessa, per cercare un po' della quiete perduta.
«Al diavolo», pensai, mentre vedevo i cinque minuti di vita che avevo appena guadagnato bruciare un piano più giù.
Rientrai in casa.
Pochi secondi, tanto mi c'era voluto per aprire e richiudere alle mie spalle la porta-finestra, quando ero uscito e rientrato, ma erano bastati perchè il freddo pungente dell'esterno facesse il suo ingresso in casa.
Mi avvicinai al camino, sporco di fuliggine da quando ero venuto ad abitare in quella casa, un millennio prima.
Mi sovvenne un'altra cosa che avrei dovuto fare e di cui puntualmente mi sarebbe mancata la voglia: pulirlo.
Scacciai il pensiero gettando dentro il camino qualche ceppo.
Imprecai quando, come al solito, mi bruciai le dita nel tentativo di appiccare il fuoco con un pezzo di carta di giornale, una spruzzata di alcol e un accendino.
Cercai il cane con lo sguardo: dormiva in un angolo della stanza.
Meglio lasciarlo riposare.
Doveva esserci dell'alcol nella dispensa.
Scotch... O rum, non ricordavo.
Tutto faceva brodo, in fin dei conti.
Risi dell'involontaria battuta, mentre mi versavo del pessimo liquore del supermercato nel solito bicchiere rotondo.
Portai con me verso la poltrona prospiciente il camino anche la bottiglia.
Non si poteva mai sapere.
Le sorsate e le fiamme del camino fecero il loro lavoro: presto il freddo era svanito.
L'occhio mi cadde sul telefono.
«Dovrei chiamarla», mi venne da pensare.
Anche questa era una delle cose che avrei dovuto fare.
Ma questa, a differenza delle altre, l'avrei fatta volentieri, se solo avesse avuto uno straccio di senso.
Ma non ne aveva. Ed era inutile star lì a guardarsi dentro il bicchiere, come se la mia immagine riflessa sulle pareti stesse annaspando nei ricordi.
Sibelius, il mio labrador, s'era svegliato, portandosi ai piedi della poltrona e mettendo il muso sulle mie gambe.
«Ti sono mancato?», gli domandai con un sorriso, accarezzandogli la testa.
Presi un'altra sigaretta dal pacchetto, l'ultima.
Dovevo avere una stecca iniziata da poco, in camera mia, ma ero troppo svogliato per trascinarmi fino a là.
La accesi e rimasi a fissare il pacchetto.
Aveva voluto che gliene lasciassi uno per ricordo, ma non gliel'avevo mai dato: l'aveva dimenticato in casa mia e da allora non l'avevo più rivista.
S'era anche presa una mia sigaretta, per ricordarsi di me.
Al pensiero di quel pomeriggio, gli occhi mi si inumidirono.
Tornai a parlare al cane: «Diventerai un vecchio sentimentale prima del tempo, con me...», gli dissi.
Per tutta risposta, Sibelius sbadigliò e si allontanò.
Il bicchiere di brandy era finito.
Avrei potuto empirlo di nuovo, ma non avevo voglia di alcol.
Dovevo a tutti i costi riuscire a vedere il cielo.
«Facciamo una passeggiata, Sibelius?»
Nessuna risposta; quel pigrone era ritornato a sonnecchiare sul tappeto.
Mi fece un po' male quel rifiuto, come al solito.
Presi la giacca e le chiavi e uscii. Non avevo bisogno di portarmi dietro altro.
Mentre camminavo per le strade vuote di una città assonnata mi vennero in mente le parole di una canzone che le avevo fatto ascoltare.
Iniziai a canticchiare quella triste melodia con la mia voce stonata e rauca.
D'improvviso, però, le note si smorzarono di colpo nell'aria.
Non mi ero accorto di aver imboccato una strada che non avrei dovuto prendere.
Era la strada in cui mi aveva tolto di mano la sigaretta che non avrei mai fumato.
Continuando a percorrerla, giunsi a una piazza.
I pochi avventori del chiosco mi concessero uno sguardo distratto di pochi istanti, per poi tornare a prestare attenzione alle proprie bevande.
Avevo una banconota nella tasca della giacca: con quella presi un'altra confezione di sigarette.
Mi sedetti alla fermata del bus presso cui avevo aspettato la vettura un paio di volte, assieme a lei, facendole compagnia prima del suo rientro a casa.
Mentre fumavo pensai a lei e gli occhi mi si gonfiarono di tristezza.
Perché era finita in quel modo?
Asciugai una lacrima ribelle che voleva a tutti i costi solcarmi il viso e carezzarmi una gota.
Non aveva senso restare lì.
Tornai verso casa, facendo la stessa strada dell'andata o forse un'altra completamente diversa.
Poco prima di rientrare mi fermai a guardare il cielo.
Era ancora coperto, ma uno spiraglio tra le nubi lasciava intravedere una stella luminosissima.
Poteva essere la Stella Polare. O forse era Giove... O Sirio.
Non l'avrei mai saputo. D'altro canto, Sirio B era troppo piccola per poter essere osservata a occhio nudo.
La stella mi sorrideva. Non rideva per me, rideva proprio di me.
Entrai in casa.
Se avessi guardato l'orologio avrei saputo che era mezzanotte in punto: l'inverno era appena cominciato.
Eppure quella sera era diversa.
Era giunta prima, preannunciata da alcune folate del vento d'autunno che faceva piombare la natura nella solita catatonia di stagione.
La città era dipinta di bianco, o per lo meno così intuivo, mentre guardavo dalla finestra il buio lasciato dai lampioni pigri ad accendersi.
Uscii sul balcone, come di consueto, per cercare risposte nel cielo.
Prima di levare lo sguardo accesi una sigaretta e tirai due boccate di fumo denso e grigio.
«Dovrei smettere», pensai mentre ero ancora avviluppato nelle spire del fumo, sapendo bene che non l'avrei mai fatto.
La vista del cielo mi disgustò: neanche una stella.
Della luna solo una traccia, un bagliore adamantino che filtrava dalla coltre delle nubi.
Gettai la sigaretta appena iniziata, in preda allo sconforto: non era proprio giornata.
Nemmeno la vista del cielo mi era concessa, per cercare un po' della quiete perduta.
«Al diavolo», pensai, mentre vedevo i cinque minuti di vita che avevo appena guadagnato bruciare un piano più giù.
Rientrai in casa.
Pochi secondi, tanto mi c'era voluto per aprire e richiudere alle mie spalle la porta-finestra, quando ero uscito e rientrato, ma erano bastati perchè il freddo pungente dell'esterno facesse il suo ingresso in casa.
Mi avvicinai al camino, sporco di fuliggine da quando ero venuto ad abitare in quella casa, un millennio prima.
Mi sovvenne un'altra cosa che avrei dovuto fare e di cui puntualmente mi sarebbe mancata la voglia: pulirlo.
Scacciai il pensiero gettando dentro il camino qualche ceppo.
Imprecai quando, come al solito, mi bruciai le dita nel tentativo di appiccare il fuoco con un pezzo di carta di giornale, una spruzzata di alcol e un accendino.
Cercai il cane con lo sguardo: dormiva in un angolo della stanza.
Meglio lasciarlo riposare.
Doveva esserci dell'alcol nella dispensa.
Scotch... O rum, non ricordavo.
Tutto faceva brodo, in fin dei conti.
Risi dell'involontaria battuta, mentre mi versavo del pessimo liquore del supermercato nel solito bicchiere rotondo.
Portai con me verso la poltrona prospiciente il camino anche la bottiglia.
Non si poteva mai sapere.
Le sorsate e le fiamme del camino fecero il loro lavoro: presto il freddo era svanito.
L'occhio mi cadde sul telefono.
«Dovrei chiamarla», mi venne da pensare.
Anche questa era una delle cose che avrei dovuto fare.
Ma questa, a differenza delle altre, l'avrei fatta volentieri, se solo avesse avuto uno straccio di senso.
Ma non ne aveva. Ed era inutile star lì a guardarsi dentro il bicchiere, come se la mia immagine riflessa sulle pareti stesse annaspando nei ricordi.
Sibelius, il mio labrador, s'era svegliato, portandosi ai piedi della poltrona e mettendo il muso sulle mie gambe.
«Ti sono mancato?», gli domandai con un sorriso, accarezzandogli la testa.
Presi un'altra sigaretta dal pacchetto, l'ultima.
Dovevo avere una stecca iniziata da poco, in camera mia, ma ero troppo svogliato per trascinarmi fino a là.
La accesi e rimasi a fissare il pacchetto.
Aveva voluto che gliene lasciassi uno per ricordo, ma non gliel'avevo mai dato: l'aveva dimenticato in casa mia e da allora non l'avevo più rivista.
S'era anche presa una mia sigaretta, per ricordarsi di me.
Al pensiero di quel pomeriggio, gli occhi mi si inumidirono.
Tornai a parlare al cane: «Diventerai un vecchio sentimentale prima del tempo, con me...», gli dissi.
Per tutta risposta, Sibelius sbadigliò e si allontanò.
Il bicchiere di brandy era finito.
Avrei potuto empirlo di nuovo, ma non avevo voglia di alcol.
Dovevo a tutti i costi riuscire a vedere il cielo.
«Facciamo una passeggiata, Sibelius?»
Nessuna risposta; quel pigrone era ritornato a sonnecchiare sul tappeto.
Mi fece un po' male quel rifiuto, come al solito.
Presi la giacca e le chiavi e uscii. Non avevo bisogno di portarmi dietro altro.
Mentre camminavo per le strade vuote di una città assonnata mi vennero in mente le parole di una canzone che le avevo fatto ascoltare.
Iniziai a canticchiare quella triste melodia con la mia voce stonata e rauca.
D'improvviso, però, le note si smorzarono di colpo nell'aria.
Non mi ero accorto di aver imboccato una strada che non avrei dovuto prendere.
Era la strada in cui mi aveva tolto di mano la sigaretta che non avrei mai fumato.
Continuando a percorrerla, giunsi a una piazza.
I pochi avventori del chiosco mi concessero uno sguardo distratto di pochi istanti, per poi tornare a prestare attenzione alle proprie bevande.
Avevo una banconota nella tasca della giacca: con quella presi un'altra confezione di sigarette.
Mi sedetti alla fermata del bus presso cui avevo aspettato la vettura un paio di volte, assieme a lei, facendole compagnia prima del suo rientro a casa.
Mentre fumavo pensai a lei e gli occhi mi si gonfiarono di tristezza.
Perché era finita in quel modo?
Asciugai una lacrima ribelle che voleva a tutti i costi solcarmi il viso e carezzarmi una gota.
Non aveva senso restare lì.
Tornai verso casa, facendo la stessa strada dell'andata o forse un'altra completamente diversa.
Poco prima di rientrare mi fermai a guardare il cielo.
Era ancora coperto, ma uno spiraglio tra le nubi lasciava intravedere una stella luminosissima.
Poteva essere la Stella Polare. O forse era Giove... O Sirio.
Non l'avrei mai saputo. D'altro canto, Sirio B era troppo piccola per poter essere osservata a occhio nudo.
La stella mi sorrideva. Non rideva per me, rideva proprio di me.
Entrai in casa.
Se avessi guardato l'orologio avrei saputo che era mezzanotte in punto: l'inverno era appena cominciato.
lunedì 23 agosto 2010
Domenica, Cruenta Domenica
Non credo alla notizia di oggi.
Oh, non posso chiudere gli occhi
e lasciarla andar via.
Per quanto tempo...
Per quanto tempo dovremo cantare questa canzone?
Per quanto tempo, per quanto tempo?
Perchè stanotte... Possiamo essere un'unica cosa,
stanotte...
Bottiglie rotte sotto i piedi dei bimbi,
corpi sparsi lungo il vicolo cieco,
ma non obbedirò al richiamo di guerra
che mette la mia schiena
mette la mia schiena contro il muro.
Domenica, cruenta domenica.
Domenica, cruenta domenica.
Domenica, cruenta domenica.
E la battaglia è appena iniziata:
in molti si sentono perduti, ma dimmi chi è il vincitore.
La trincea è scavata nei nostri cuori
e le madri, i figli, i fratelli, le sorelle
ci sono stati strappati.
Domenica, cruenta domenica.
Domenica, cruenta domenica.
Per quanto tempo...
Per quanto tempo dovremo cantare questa canzone?
Per quanto tempo, per quanto tempo?
Perchè stanotte... Possiamo essere un'unica cosa,
stanotte...
Domenica, cruenta domenica.
Domenica, cruenta domenica.
Asciuga le lacrime dagli occhi,
asciuga le lacrime.
Oh, asciuga le lacrime.
Oh, asciuga le lacrime.
Domenica, cruenta domenica.
Oh, asciuga le lacrime.
Domenica, cruenta domenica.
Domenica, cruenta domenica.
Domenica, cruenta domenica.
Ed è vero che siamo immuni
quando la verità è fittizia e la TV realtà.
E oggi sono in milioni a piangere:
mangiamo e beviamo, mentre loro domani moriranno.
Domenica, cruenta domenica.
La vera battaglia è appena iniziate
ha dichiarato la vittoria, Gesù ha vinto.
Domenica, cruenta domenica.
Domenica, cruenta domenica.
U2 - War (1983) - Sunday, Bloody Sunday
Oh, non posso chiudere gli occhi
e lasciarla andar via.
Per quanto tempo...
Per quanto tempo dovremo cantare questa canzone?
Per quanto tempo, per quanto tempo?
Perchè stanotte... Possiamo essere un'unica cosa,
stanotte...
Bottiglie rotte sotto i piedi dei bimbi,
corpi sparsi lungo il vicolo cieco,
ma non obbedirò al richiamo di guerra
che mette la mia schiena
mette la mia schiena contro il muro.
Domenica, cruenta domenica.
Domenica, cruenta domenica.
Domenica, cruenta domenica.
E la battaglia è appena iniziata:
in molti si sentono perduti, ma dimmi chi è il vincitore.
La trincea è scavata nei nostri cuori
e le madri, i figli, i fratelli, le sorelle
ci sono stati strappati.
Domenica, cruenta domenica.
Domenica, cruenta domenica.
Per quanto tempo...
Per quanto tempo dovremo cantare questa canzone?
Per quanto tempo, per quanto tempo?
Perchè stanotte... Possiamo essere un'unica cosa,
stanotte...
Domenica, cruenta domenica.
Domenica, cruenta domenica.
Asciuga le lacrime dagli occhi,
asciuga le lacrime.
Oh, asciuga le lacrime.
Oh, asciuga le lacrime.
Domenica, cruenta domenica.
Oh, asciuga le lacrime.
Domenica, cruenta domenica.
Domenica, cruenta domenica.
Domenica, cruenta domenica.
Ed è vero che siamo immuni
quando la verità è fittizia e la TV realtà.
E oggi sono in milioni a piangere:
mangiamo e beviamo, mentre loro domani moriranno.
Domenica, cruenta domenica.
La vera battaglia è appena iniziate
ha dichiarato la vittoria, Gesù ha vinto.
Domenica, cruenta domenica.
Domenica, cruenta domenica.
U2 - War (1983) - Sunday, Bloody Sunday
Oceani
Lasciatemi partire
e solcare
i grandi oceani
che si estendono
da un capo all'altro
di un altro mondo.
Sulla Jäänmurtaja
sarò comandante
e telegrafista,
cuoco e macchinista.
In poppa al mio vascello
canterò canti antichi.
Lasciate che sia il primo
a imbarcarmi
per scoprire
cosa c'è al di là
dei ghiacci,
dei venti,
dei diamanti.
Cosa c'è al di là
di questo oceano
di metano.
L'immagine è "Il Mare di Ghiaccio", nota anche come Il Naufragio della Speranza (1824) di Caspar David Friedrich.
Una tua Scelta
Il tempo di cambiare è giunto ed è andato,
guardavo le tue paure diventare il tuo Dio.
E' una tua scelta,
E' una tua scelta...
Travolta, hai scelto di correre,
apatica per lo stordimento.
E' una tua scelta,
E' una tua scelta...
Hai alimentato il fuoco che c'ha bruciati
quando hai mentito
per sentire il dolore che sprona
il tuo nero interiore.
Nessuno progetta di incamminarsi sul sentiero che porta in basso
e qui rimani davanti tutti noi e dici che
è finita.
Può sembrare un ripensamento.
Sì, fa male sapere di essere stato comprato.
E' una tua scelta,
E' una tua scelta...
Hai alimentato il fuoco che c'ha bruciati
quando hai mentito
per sentire il dolore che sprona
il tuo nero interiore.
E' una tua scelta,
E' una tua scelta...
Nessuno progetta di incamminarsi sul sentiero che porta in basso
e qui rimani davanti tutti noi e dici che
è finita.
E' finita.
Alice in Chains - Black Gives Way to Blue (2009) - Your Decision
guardavo le tue paure diventare il tuo Dio.
E' una tua scelta,
E' una tua scelta...
Travolta, hai scelto di correre,
apatica per lo stordimento.
E' una tua scelta,
E' una tua scelta...
Hai alimentato il fuoco che c'ha bruciati
quando hai mentito
per sentire il dolore che sprona
il tuo nero interiore.
Nessuno progetta di incamminarsi sul sentiero che porta in basso
e qui rimani davanti tutti noi e dici che
è finita.
Può sembrare un ripensamento.
Sì, fa male sapere di essere stato comprato.
E' una tua scelta,
E' una tua scelta...
Hai alimentato il fuoco che c'ha bruciati
quando hai mentito
per sentire il dolore che sprona
il tuo nero interiore.
E' una tua scelta,
E' una tua scelta...
Nessuno progetta di incamminarsi sul sentiero che porta in basso
e qui rimani davanti tutti noi e dici che
è finita.
E' finita.
Alice in Chains - Black Gives Way to Blue (2009) - Your Decision
domenica 22 agosto 2010
Il Nostro Momento
Le “radiose giornate” sono finite da un pezzo, ben presto sostituite da quelle ben più tediose dell’estate, segnate dalla sospensione delle attività parlamentari che, puntualmente, decretano la più totale apatia mentale degli italiani.
Queste giornate vengono rese ancora più tediose dagli avvenimenti degli ultimi due mesi.
Le radiose giornate sono, ovviamente, quelle che seguirono l'approvazione della legge bavaglio: giorni pieni di entusiasmo per la notizia che giungeva dalla piccola Repubblica d'Islanda.
Il Parlamento di quel Paese, infatti, aveva appena varato la legge presentata dal ministero socialdemocratico di Johanna Sigurðardóttir denominata Icelandic Modern Media Initiative, subito ribattezzata "legge bavaglio", con una maggioranza più che bulgara (su 51 deputati, non vi fu nessun voto contrario e solamente un astenuto).
Salutata da molti come una possibilità di aggirare la normativa italiana, la nuova legge islandese avrebbe potuto essere un richiamo fortissimo sia per molte testate indipendenti italiane (in particolar modo per quelle attive sul web), sia per i partiti d'opposizione.
E invece, calma piatta.
Mentre il PD si limitava a sconfessare l'approvazione al Senato del DDL Intercettazioni con un atto a metà strada tra l'anatema e l'ammissione di impotenza, la notizia della legge della piccola Repubblica atlantica invecchiava rapidamente, fino a cadere nel dimenticatoio.
Frattanto l'iniziativa passava nelle mani dei giornalisti, che per il 9 luglio hanno aderito in massa a uno sciopero che, più che una forma di protesta, assomiglia a una prova generale dell'applicazione dell'ennesima trovata liberticida del governo liberale (?) italiano.
Per l'ennesima volta FNSI e USIGRAI hanno dato una pessima impressione di se, attuando un'autocensura che ha avuto l'esito di danneggiare sia il giornalista che il lettore.
Per il giornalista si tratta di una sconfitta morale, un tradimento al senso del dovere che dovrebbe spingerlo anche alla violazione delle leggi censuratrici per informare il cittadino.
Per il cittadino è una sconfitta civile, in quanto si vede negato il proprio diritto ad essere informato, strettamente legato a quello di poter avere proprie opinioni e di poterle esprimere.
Sì, perchè "chi non sa, non può scegliere", come diceva il Presidente della Repubblica Luigi Einaudi, esempio insuperato di liberalismo politico, decretando una parola nuova e definitiva su questi due diritti fondamentali, così intimamente uniti l'uno all'altro.
Ma i nostri giornalisti sono troppo miopi o troppo impegnati a difendere il loro attestato di buona grammatica per accorgersi di tali sottigliezze.
Meglio quindi continuare a sottostare a direttori di telegiornali che più che impiegati statali sembrano impiegati di governo, oppure a difendere i propri privilegi di casta.
E così, mentre la presidentessa Sigurðardóttir passerà alla storia più come difenditrice della libertà d'informazione che come primo capo di governo omosessuale, in Italia si continuerà a barattare la propria libertà e la propria coscienza in cambio di... di cosa?
Forse dell'immagine edulcorata del mondo che ci offre il filtro dello schermo della televisione, ma non per molto.
L'attuale Primo Ministro islandese, dopo la sconfitta del 1994 alle elezioni per la guida dei socialdemocratici islandesi, aveva annunciato che sarebbe giunto il suo momento.
Ora questo momento è giunto; e presto arriverà anche il nostro, se non è già arrivato.
Queste giornate vengono rese ancora più tediose dagli avvenimenti degli ultimi due mesi.
Le radiose giornate sono, ovviamente, quelle che seguirono l'approvazione della legge bavaglio: giorni pieni di entusiasmo per la notizia che giungeva dalla piccola Repubblica d'Islanda.
Il Parlamento di quel Paese, infatti, aveva appena varato la legge presentata dal ministero socialdemocratico di Johanna Sigurðardóttir denominata Icelandic Modern Media Initiative, subito ribattezzata "legge bavaglio", con una maggioranza più che bulgara (su 51 deputati, non vi fu nessun voto contrario e solamente un astenuto).
Salutata da molti come una possibilità di aggirare la normativa italiana, la nuova legge islandese avrebbe potuto essere un richiamo fortissimo sia per molte testate indipendenti italiane (in particolar modo per quelle attive sul web), sia per i partiti d'opposizione.
E invece, calma piatta.
Mentre il PD si limitava a sconfessare l'approvazione al Senato del DDL Intercettazioni con un atto a metà strada tra l'anatema e l'ammissione di impotenza, la notizia della legge della piccola Repubblica atlantica invecchiava rapidamente, fino a cadere nel dimenticatoio.
Frattanto l'iniziativa passava nelle mani dei giornalisti, che per il 9 luglio hanno aderito in massa a uno sciopero che, più che una forma di protesta, assomiglia a una prova generale dell'applicazione dell'ennesima trovata liberticida del governo liberale (?) italiano.
Per l'ennesima volta FNSI e USIGRAI hanno dato una pessima impressione di se, attuando un'autocensura che ha avuto l'esito di danneggiare sia il giornalista che il lettore.
Per il giornalista si tratta di una sconfitta morale, un tradimento al senso del dovere che dovrebbe spingerlo anche alla violazione delle leggi censuratrici per informare il cittadino.
Per il cittadino è una sconfitta civile, in quanto si vede negato il proprio diritto ad essere informato, strettamente legato a quello di poter avere proprie opinioni e di poterle esprimere.
Sì, perchè "chi non sa, non può scegliere", come diceva il Presidente della Repubblica Luigi Einaudi, esempio insuperato di liberalismo politico, decretando una parola nuova e definitiva su questi due diritti fondamentali, così intimamente uniti l'uno all'altro.
Ma i nostri giornalisti sono troppo miopi o troppo impegnati a difendere il loro attestato di buona grammatica per accorgersi di tali sottigliezze.
Meglio quindi continuare a sottostare a direttori di telegiornali che più che impiegati statali sembrano impiegati di governo, oppure a difendere i propri privilegi di casta.
E così, mentre la presidentessa Sigurðardóttir passerà alla storia più come difenditrice della libertà d'informazione che come primo capo di governo omosessuale, in Italia si continuerà a barattare la propria libertà e la propria coscienza in cambio di... di cosa?
Forse dell'immagine edulcorata del mondo che ci offre il filtro dello schermo della televisione, ma non per molto.
L'attuale Primo Ministro islandese, dopo la sconfitta del 1994 alle elezioni per la guida dei socialdemocratici islandesi, aveva annunciato che sarebbe giunto il suo momento.
Ora questo momento è giunto; e presto arriverà anche il nostro, se non è già arrivato.
mercoledì 11 agosto 2010
martedì 10 agosto 2010
Il Poeta
Sia io seppellito in una tomba senza onore!
Per salvare il mondo, venni dal Signore.
Diedi loro l'alta conoscenza del cuore:
Fede, e Libertà, e Amore.
M'odiarono per il mio disprezzo
di Religione, Legge e Nozze.
Quindi sia la mia tomba innominata,
la mia vergogna dalla terra inghiottita!
La poesia in lingua originale è opera di Aleister Crowley (1875-1947), poeta e occultista inglese.
Per salvare il mondo, venni dal Signore.
Diedi loro l'alta conoscenza del cuore:
Fede, e Libertà, e Amore.
M'odiarono per il mio disprezzo
di Religione, Legge e Nozze.
Quindi sia la mia tomba innominata,
la mia vergogna dalla terra inghiottita!
La poesia in lingua originale è opera di Aleister Crowley (1875-1947), poeta e occultista inglese.
sabato 7 agosto 2010
Marines
Inclinazione per la guerra del rock n' roll
sotto la bandiera della pace e della giustizia,
la tua terra natia da liberare,
in aria, sulla terra e per mare.
Per il loro onore e la loro corona aurea
agiteranno il martello della gloria,
il patriota nel loro cuore coraggioso
li rende affamati dell'amore per la libertà.
L'odio, solo uno strumento controllato dagli aggressori,
nelle profondità della giungla, nella tempesta del deserto*
intrappolati tra legioni di odio,
intrappolati al di sotto dei malefici occhi del fato.
Sembra che siamo destinati a soffocare le vostre speranze,
marciando verso il destino, senza abitudine a mentire,
non lasceremo il campo di battaglia senza aver lasciato un segno,
col fucile al mio fianco.
Marines,
lottano per te,
marines,
muoiono per te,
marines,
mantieni alto il tuo onore,
marines.
Sei il prescelto per rendere sicuro il mondo,
soldato universale fino all'osso
e per mio fratello avrai ciò che meriti
durante il sanguinario cammino per la guerra.
Marines,
lottano per te,
marines,
muoiono per te,
marines,
mantieni alto il tuo onore,
marines,
là fuori, nei campi di morte.
Marines,
lottano per te,
marines,
muoiono per te,
marines,
mantieni alto il tuo onore,
marines.
Senti la mina fare click sotto il tuo piede,
sai che devi andare,
senti il grilletto di un'arma straniera
che vuol seppellire la tua speranza.
Apri sempre la strada per la pace duratura,
sacrificando te stesso finchè non lascerai il mondo,
per la gente comune, onesta generazione,
solo tu puoi fermare la disintegrazione umana.
Sodom - M16 (2001) - Marines
sotto la bandiera della pace e della giustizia,
la tua terra natia da liberare,
in aria, sulla terra e per mare.
Per il loro onore e la loro corona aurea
agiteranno il martello della gloria,
il patriota nel loro cuore coraggioso
li rende affamati dell'amore per la libertà.
L'odio, solo uno strumento controllato dagli aggressori,
nelle profondità della giungla, nella tempesta del deserto*
intrappolati tra legioni di odio,
intrappolati al di sotto dei malefici occhi del fato.
Sembra che siamo destinati a soffocare le vostre speranze,
marciando verso il destino, senza abitudine a mentire,
non lasceremo il campo di battaglia senza aver lasciato un segno,
col fucile al mio fianco.
Marines,
lottano per te,
marines,
muoiono per te,
marines,
mantieni alto il tuo onore,
marines.
Sei il prescelto per rendere sicuro il mondo,
soldato universale fino all'osso
e per mio fratello avrai ciò che meriti
durante il sanguinario cammino per la guerra.
Marines,
lottano per te,
marines,
muoiono per te,
marines,
mantieni alto il tuo onore,
marines,
là fuori, nei campi di morte.
Marines,
lottano per te,
marines,
muoiono per te,
marines,
mantieni alto il tuo onore,
marines.
Senti la mina fare click sotto il tuo piede,
sai che devi andare,
senti il grilletto di un'arma straniera
che vuol seppellire la tua speranza.
Apri sempre la strada per la pace duratura,
sacrificando te stesso finchè non lascerai il mondo,
per la gente comune, onesta generazione,
solo tu puoi fermare la disintegrazione umana.
Sodom - M16 (2001) - Marines
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